TWB. LA QUALITA’

Alexander, Christopher

The Timeless Way of Building

Capitolo 1

IL MODO SENZA TEMPO

E’ un processo che porta l’ordine fuori da noi stessi; non può essere ottenuto, ma accade di suo proprio accordo, se solo lo permettiamo.

C’è un modo di costruire senza tempo.

E’ vecchio di migliaia di anni, ed e’ lo stesso oggi come e’ sempre stato.

I grandi edifici tradizionali del passato, i villaggi e le tende e i templi in cui l’uomo si sente a casa, sono sempre stati fatti da gente che era molto vicina al centro di questa via. Non e’ possibile fare grandi edifici, o grandi città, bei posti, luoghi dove sentirsi se’ stessi, luoghi dove sentirsi vivi, se non seguendo questo modo. E, come vedremo, questo modo porta chiunque lo cerchi a costruzioni che sono esse stesse antiche, nella loro forma, come gli alberi e le colline, e come sono antiche le nostre facce.

E’ così potente e fondamentale che con il suo aiuto potete fare diventare qualsiasi edificio al mondo bello quanto qualsiasi posto abbiate mai visto.

E’ così potente che con il suo aiuto centinaia di persone insieme possono creare una città, che sia viva e vibrante, in pace e rilassata, una città così bella come qualsiasi città nella storia.

E non c’è altro modo in cui possano essere fatti un edificio o una città che siano vivi.

[…]

[…]

Ciascuno di noi ha da qualche parte nel suo cuore il sogno di realizzare un mondo vivo, un universo.

E c’è un modo in cui un edificio o una città possono essere portati alla vita in questo modo.

Questa maniera di costruire è sempre esistita.

Ma è stato possibile identificarla soltanto ora addentrandosi in un livello di analisi che è abbastanza profondo da mostrare cosa sia invariante in tutte le versioni di questa maniera.

A questo livello di analisi possiamo comparare molti processi di costruzione differenti.

E ne viene fuori che, invariante, dietro a tutti i processi che ci permettono di realizzare edifici vivi c’è un singolo processo comune

Ma sebbene questo metodo sia preciso, non può essere usato meccanicamente.

Certamente viene fuori, alla fine, che ciò che il metodo fà è semplicemente liberarci da qualsiasi metodo.

Ed ecco perché il modo senza tempo è, alla fine, senza tempo.

Il potere di realizzare begli edifici stà già in ciascuno di noi.

Ma per come stanno le cose, ci siamo riempiti di regole e di concetti e di idee su che cosa debba essere fatto per fare un edificio vivo o una città viva, tanto da aver paura di ciò che succederà naturalmente, e convinti che dobbiamo lavorare all’interno di un “sistema” e con dei “metodi” in quanto senza questi ciò che circonda affonderà nel caos.

I pensieri e la paura che alimentano questi metodi sono illusioni.

Per eliminare da noi stessi queste illusioni, per diventare liberi da tutte le immagini artificiali di ordine che deformano la natura che è in noi, dobbiamo prima imparare la disciplina che ci insegna le vere relazioni tra noi stessi e ciò che ci circonda.

Poi, una volta che tale disciplina ha fatto il suo lavoro, e fatte svanire le bolle di illusione a cui ora ci afferriamo, saremo pronti a lasciar perdere la disciplina ed agire come fa la natura.

Questo è il modo senza tempo di costruire: imparare la disciplina – e propagarla.

Capitolo 2

LA QUALITÀ SENZA NOME

C’è una qualità  centrale che è il criterio di base della vita e dello spirito dell’uomo, della città, dell’edificio, o della natura selvaggia. Questa qualità è oggettiva e precisa, ma non può essere nominata…

Ci è stato insegnato che non c’è una differenza oggettiva tra un buon edificio e uno cattivo, tra una buona città e una cattiva.

Il fatto è che la differenza tra un buon edificio e uno cattivo, tra una buona città e una cattiva, è un fatto oggettivo. È la differenza tra sano e malato, integro e diviso, autoalimentato  e autodistruttivo . In un mondo che è sano, integro e autoalimentato le persone stesso sono vive e creative. In un mondo che disgregato e autodistruttivo, la gente non può essere viva: inevitabilmente saranno autodistruttivi e miserabili.

Ma è facile capire perché la gente crede così fermamente che non ci sia una sola solida base per la differenza tra un edificio buono e uno cattivo.

È così perché la singola qualità centrale che fa la differenza non può essere nominata.

Non è mai due volte uguale, perché prende sempre forma dal luogo particolare in cui accade.

È un sottile tipo di libertà dalle nostre contraddizioni interiori.

In fisica e in chimica in nessun modo è possibile un sistema che possa essere differente da una volta all’altra.

Ma la visione del mondo che insegnano i fisici, per quanto potente e meravigliosa, è limitata da questa cecità.

Sicuramente la sottile e complessa libertà dalle contraddizioni interiori è la sola qualità che rende vive le cose.

Di nuovo questa qualità non può essere nominata.

Le parole che più frequentemente usiamo per riferirci alla qualità senza nome è la parola “vivo “.

Ma la bellezza della parola vivo è la sua debolezza.

Un’altra parola che usiamo frequentemente per riferirci alla qualità senza nome è “integro “.

Ma la parola integro è troppo ristretta.

Un altro aspetto della qualità senza nome è dato dalla parola “confortevole”.

Eppure la parola confortevole è facile da fraintendere, e ha troppi altri significati.

Una parola che supera la mancanza di apertura delle parole integro e confortevole è la parola libero.

Certo questa libertà può essere troppo teatrale: una posa, una forma, una maniera.

Una parola che aiuta a ristabilire l’equilibrio è la parola “esatto”.

E ancora, ovviamente, la parola esatto non la descrive con proprietà.

Una parola che va più in profondità della parola esatto è privo-di-ego .

E ancora, anche se la vecchia panca e le sue incisioni sono privo-di-ego, questa parola non è proprio giusta.

Una ultima parola che può aiutarci a prendere la qualità senza nome è la parola “eterno “.

Una volta ho visto un laghetto di pesci in un villaggio giapponese che forse era eterno.

E ancora, come per tutte le altre parole, anche questa confonde più che spiegare.

E così vediamo come, in barba ad ogni sforzo di dare un nome a questa qualità che non c’è un solo nome che la catturi.

Non è solo bellezza di forma e colore. L’uomo può farlo senza la natura. Non è solo adatto allo scopo. Anche l’uomo può farlo senza la natura. E non è solo la qualità spirituale di una bella musica o di una tranquilla moschea .

La qualità che non ha nome queste qualità più semplici. Ma è anche così comune da ricordarci a volte lo scorrere delle nostre vite.

È una qualità leggermente amara.

Capitolo 3

ESSERE VIVI 

La ricerca che facciamo di questa qualità nelle nostre vite è la ricerca centrale di ogni persona, e la croce della storia di ciascuno. È la ricerca di quei momenti e quelle situazioni in cui eravamo più vivi. 

Sappiamo ora a cosa assomigli la qualità senza nome, per sentimento e carattere. Ma sin qui, concretamente, non abbiamo visto questa qualità in sistemi più grandi di un albero, un laghetto, una panca. Eppure può essere in ogni cosa – negli edifici, negli animali, piante, città strade, nella natura selvaggia – e in noi stessi. Iniziamo a capirla concretamente, in tutti questi pezzi maggiori del mondo, solamente se prima la capiamo in noi stessi.

È, per esempio, il sorriso selvaggio di una zingara che danza per la via. 

E io sono libero per quanto ho questa qualità in me. 

Questa libertà selvaggia, questa passione, entra nelle nostre vite nell’istante che la lasciamo andare. 

Il grande film “Ikiru” – “Vivere” – la descrive nella vita di un vecchio. 

Ciascuno di noi vive “sul filo”, in faccia alla morte, evitando di fare le cose che la paura ci fa evitare. 

Naturalmente la maggior parte di noi non lo fa così alla lettera. 

Soprattutto ciò ha a che fare con gli elementi [primari N.d.T.]. 

E ciò succede quando le nostre forze interiori sono risolte. 

Naturalmente in pratica spesso non sappiamo neppure quali forze interiori vi siano in noi. 

Ma ancora ci sono quei momenti speciali e segreti nelle nostre vite, quando sorridiamo inaspettatamente – quando tutte le mostre forze sono risolte. 

Non possiamo evitare questi preziosi istanti nel momento in cui essi accadono. 

E ciascuno conosce dall’esperienza il sentimento che questa qualità crea in noi. 

E per questa ragione ciascuno di noi può anche riconoscere questa qualità quando si presenta negli edifici. 

I luoghi che hanno questa qualità invitano questa qualità a generarsi in noi. E quando abbiamo questa qualità in noi, tendiamo a farla venire alla vita nelle città e negli edifici che aiutiamo a costruire. È una qualità generatrice auto- alimentata, automantenuta. È la qualità della vita. E dobbiamo cercarla, per il nostro bene, nello spazio che ci circonda, semplicemente perché noi stessi si possa diventare vivi.

Questa è il fatto scientifico centrale di tutto ciò che segue. 

Capitolo 4

PATTERN DI EVENTI 

Al fine di definire questa qualità negli edifici e nelle città dobbiamo iniziare col capire che ogni luogo prende i suoi caratteri da certi pattern di eventi che vi si ripetono. 

Noi sappiamo cosa sia nelle nostre vite la qualità senza nome.

Come vedremo nei prossimi capitoli, questa qualità può venire alla vita in noi solo quando esiste all’interno del mondo di cui siamo parte. Noi possiamo venire alla vita solo in ragione di quanto sono vivi gli edifici e le città in cui viviamo. La qualità senza nome è circolare: esiste in noi quando esiste nei nostri edifici; ed esiste nei nostri edifici quando noi l’abbiamo in noi stessi.

Per capire chiaramente dobbiamo prima di tutto riconoscere che ciò che è una città o un edificio è governato soprattutto da ciò che vi succede. 

Quelli di noi che sono impegnati con degli edifici tendono a dimenticarsi troppo spesso che tutta la vita e l’anima di un luogo, tutta la nostra esperienza in quel luogo, dipendono non solo dall’ambiente fisico, ma dai pattern di eventi che vi si sperimentano. 

Questi pattern di eventi che creano il carattere di un luogo non sono necessariamente eventi umani. 

Paragonate la potenza e l’importanza di questi eventi con gli altri aspetti puramente geometrici dell’ambiente, con gli architetti che se ne preoccupano. 

[…] 

Sappiamo poi che ciò che importa in un edificio o una città non è la sua forma esterna, la sua geometria fisica da sola, ma gli eventi che vi accadono. 

Un edificio o una città ottengono il loro carattere essenzialmente da quegli eventi che vi accadono più spesso. 

Lo stesso è vero per la vita di qualsiasi persona. 

Naturalmente, i pattern standard variano molto da persona a persona, e da cultura a cultura. 

Ma ogni città, ogni quartiere, ogni edificio hanno un particolare insieme di questi pattern di eventi in accordo con la sua cultura prevalente. 

Abbiamo un lampo, quindi, del fatto che il nostro mondo ha una struttura nel semplice fatto che certi pattern di eventi – sia umani che non umani – si ripetono e contano essenzialmente per la maggior parte degli eventi che vi accadono. 

E certamente il mondo ha una struttura, proprio perché questi pattern di eventi che si ripetono sono sempre ancorati nello spazio. 

Considerate ad esempio il pattern di eventi che possiamo chiamare “guardare il mondo passare”. 

Non lo posso separare dal pratico dove esso accade. 

Certamente una cultura definisce sempre i suoi pattern di eventi riferendosi ai nomi degli elementi fisici dello spazio che sono standard per quella cultura. 

E la mera lista degli elementi che sono tipici in una data città ci dice il tipo di vita della sua gente. 

Ciò non significa che lo spazio crea gli eventi o che li causa. 

Semplicemente vuol dire che un pattern di eventi non può essere separato dallo spazio ove avviene. 

Questa stretta connessione tra i pattern di eventi e lo spazio è una banalità in natura. 

E allo stesso modo i pattern di eventi che governano la vita negli edifici e nelle città non possono essere separati dallo spazio in cui avvengono. 

La vita che accade in un edificio o in una città non è solo ancorata allo spazio, ma mascherata dallo spazio stesso. 

Proveremo ora a trovare alcuni modi di capire lo spazio che contiene i suoi pattern di eventi in un modo completamente naturale, così che si possano vedere i pattern di eventi e lo spazio come una cosa sola.  

Capitolo 5

PATTERN DELLO SPAZIO 

Questi pattern di eventi sono sempre interconnessi a certi pattern geometrici nello spazio. Certamente, come vedremo, ogni edificio e ogni città sono in ultima analisi fatti di questi pattern nello spazio, e di niente altro: sono gli atomi e le molecole da cui si fanno edifici e città. 

Ora siamo pronti ad afferrare i problemi più basilari di un edificio o una città: di che cosa sono fatti? qual è la loro struttura? qual’è la loro essenza fisica? Che cosa sono i blocchi di edifici di cui una città è fatta?

Sappiamo dal capitolo 4 che ogni città e ogni edificio ottengono il loro carattere da quegli eventi e quei pattern di eventi che vi succedono più spesso; e che i pattern di eventi sono legati in qualche modo allo spazio.

Fino a qui non sappiamo quale aspetto dello spazio è correlato con gli eventi. Non abbiamo una foto dell’edificio o della città che ci mostri come le sue ovvie strutture esterne – come appare, la sua geometria fisica – sono interconnesse con questi eventi. 

Nel senso più spiccio, sappiamo dall’ultimo capitolo grosso modo cosa sia la struttura di una città o un edificio. 

A livello geometrico, vediamo certi elementi fisici ripetersi senza fine, combinati in una varietà senza fine di combinazioni. 

E ognuno di questi elementi porta con sé un pattern specifico di eventi. 

Ma questa immagine dello spazio non ci spiega come – o perché – questi elementi si associno con pattern di eventi definiti e assai specifici.

 Inoltre è arduo comprendere che gli “elementi”, che sembrano elementari blocchi di edifici, continuano a variare, e sono diversi ogni volta che si ripetono. 

Se gli elementi sono diversi ogni volta che si ripetono, allora evidentemente non possono essere gli elementi stessi a ripetersi in edifici o città: questi cosiddetti elementi non possono essere il componente ultimo “atomico” dello spazio. 

Cerchiamo allora più attentamente la struttura dello spazio da cui è fatto un edificio o una città, per trovare cosa realmente sia che vi si ripete. 

Oltre ai suoi elementi ogni edificio e definito da certi pattern di relazioni tra gli elementi. 

Anche ogni regione urbana è definita da certi pattern di relazioni tra i suoi elementi. 

Evidentemente una grande parte della “struttura” di un edificio o di una città consiste in pattern di relazioni. 

A prima vista sembra come se questi pattern di relazioni fossero separati dagli elementi. 

Quando guardiamo più da vicino, capiamo che queste relazioni non sono un extra, ma necessarie agli elementi, sicuramente una loro parte. 

Quando guardiamo ancor più da vicino, capiamo che anche questa visione non è molto accurata. Perché non è proprio vero che le relazioni sono attaccate agli elementi: il fatto è che gli elementi stessi sono pattern di relazioni. 

E finalmente le cose che sembravano elementi si dissolvono, e lasciano una tessitura di relazioni che è ciò che realmente si ripete e dà la struttura di un edificio o una città. 

Ognuno di questi pattern è una legge morfologica, che stabilisce un set di relazioni nello spazio.

Questa legge morfologica è sempre espressa nella stessa forma generica:
X –> r (A, B, …), che significa:
All’interno del contesto di tipo X, le parti A, B, … sono nella relazione r.
Così per esempio:
All’interno di una cattedrale gotica –> la navata e fiancheggiata dai due lati da due corridoi paralleli.
Oppure:
Dove una autostrada incontra un’arteria di traffico –> le rampe di accesso dello scambio prendono una forma grossomodo a quadrifoglio. 

E ogni legge o pattern è essa stessa un pattern di relazioni tra ancora altre leggi, che sono esse stesse pattern di altre relazioni ancora. 

Inoltre, ogni pattern nello spazio ha un pattern di eventi associato. Naturalmente, il pattern dello spazio non “causa” il pattern di eventi. 

Ma c’è una connessione tra ogni pattern di eventi e i pattern dello spazio in cui avvengono. 

Torniamo, per fare un esempio, al portico del capitolo 4 e al pattern di eventi che possiamo definire “sedersi sotto il portico, osservando il mondo passare”. 

È questo insieme di relazioni che è essenziale, perché sono queste che sono direttamente congruenti con i pattern di eventi. 

E nello stesso senso, ogni pattern di relazioni nello spazio è congruente con alcuni pattern specifici di eventi. 

Capiamo quindi che sono solo i pattern di eventi nello spazio che si ripetono nell’edificio o nella città: e nient’altro. 

Ogni edificio prende il suo carattere proprio dai pattern che vi si ripetono. Un fienile ottiene la sua struttura dai suoi pattern. 

E anche un costoso ristorante prende la sua struttura e il suo carattere dai suoi pattern specifici. 

Venezia prende la sua vita e struttura dai suoi pattern. 

Anche Londra prende la sua vita e la sua struttura dai suoi pattern. E, cosa più importante, il numero dei pattern di cui è fatto un edificio o una città è abbastanza basso. 

Sono gli atomi dell’universo fatto dall’uomo. 

Naturalmente i pattern cambiano da luogo a luogo, da cultura a cultura, di epoca in epoca; sono tutti fatti dall’uomo, dipendono tutti dalla cultura. Ma sempre, in ogni epoca e ogni luogo la struttura del nostro mondo è data da una raccolta di pattern che si ripetono continuamente.

Questi pattern non sono elementi concreti, come i mattoni o le porte – sono più profondi e più fluidi – eppure sono la sostanza solida, sotto la superficie, di cui sono sempre fatti un edificio o una città. 

Capitolo 6

PATTERN CHE SONO VIVI 

I pattern specifici da cui sono fatti un edificio o una città possono essere vivi o morti. Finché sono vivi ci permettono di disperdere le nostre forze interne; ma quando sono morti ci tengono chiusi nel conflitto interiore. 

Ora sappiamo che ogni edificio e ogni città sono fatti di pattern che si ripetono attraverso la loro tessitura, e che prendono il loro carattere da quei pattern da cui sono fatti.

È ovvio, intuitivamente, che alcune città ed edifici sono più pieni di vita: e altri meno. Se tutti prendono il loro carattere dai pattern di cui sono fatti allora ove il maggior senso di vita che riempie alcuni posti e che è mancante in altri, anche questo deve essere creato da quei pattern. 

Un uomo è vivo quando è sincero, vero a sé stesso, vero alle sue proprie forze interiori, e capace di agire liberamente in accordo alla natura della situazione in cui si trova. 

Questo stato non può essere raggiunto con il solo lavoro interiore. 

Il fatto è che una persona è così formata dall’intorno che il suo stato di armonia dipende interamente dall’armonia dell’intorno. 

Per esempio, in alcune città i pattern di relazione tra il posto di lavoro e la famiglia ci aiutano a venire alla vita. 

In altre città dove il lavoro e la famiglia sono fisicamente separati, la gente vive conflitti interiori da cui non può fuggire. 

Allo stesso modo, un cortile che è propriamente formato aiuta la gente a venire a viverci. 

Ma in un cortile dove manca il pattern delle aperture, della veranda e dei percorsi incrociati ci saranno forze in conflitto in un modo tale che nessuno le può risolvere. 

Lo stesso può accadere persino per una finestra: una finestra con un luogo-finestra aiuta la persona a venire alla vita. 

Ma una stanza che non ha un luogo-finestra, in cui le finestre sono solo “buchi” determina un conflitto interiore non risolubile. 

In ognuno di questi casi abbiamo un esempio di pattern che ci aiutano a risolvere il nostro conflitto ed un esempio di un pattern che ci tutela. 

Naturalmente lo stress e il conflitto sono una normale e salutare componente della vita umana. 

Ma un pattern che ci inibisce la capacità di risolvere le nostre forze in conflitto, ci lascia perpetuamente in uno stato di tensione. 

È chiaro quindi che i pattern giocano un ruolo concreto e obbiettivo nel determinare quando ci è possibile venire alla vita in ogni dato posto. 

Ma, oltre a ciò, i pattern non sono meri strumenti che ci aiutano a vivere: loro stessi sono vivi o morti. 

I buoni pattern sono buoni perché in qualche modo ciascuno di loro raggiunge la qualità senza nome in sé stessa. 

Considerate le dune di una spiaggia battuta dal vento. 

Questo pattern è un pattern costante e riconoscibile perché è vero verso le leggi che governano la sabbia e il vento. 

Lo stesso può succedere in un giardino dove le piante e il vento e gli animali sono in perfetto equilibrio. 

In breve, dire che i pattern sono vivi è più o meno equivalente a dire che sono stabili. 

E proprio questo succede nei pattern del contesto umano.

La loro qualità non dipende dallo scopo, ma dalla loro intrinseca stabilità. 

[…] 

In breve, un pattern vive quando permette alle sue forze interne di risolversi. 

È il carattere autoalimentato che il cortile vivo ha che è l’essenza della sua vita. 

E ora ci rendiamo conto come il circolo delle argomentazioni si è completato. 

La qualità senza nome in noi, la nostra vivacità, la nostra sete di vita, dipendono direttamente dai pattern nel mondo e da quanto essi hanno questa stessa qualità.

I pattern che vivono rilasciano questa qualità in noi.

Ma essi rilasciano questa qualità in noi essenzialmente perché ce l’hanno in loro stessi. 

Capitolo 7

LA MOLTEPLICITÀ DEI PATTERN VIVENTI 

Più pattern vivi ci sono in una cosa – una stanza, un edificio o una città – più essa vive come unità, più risplende, più ha questo fuoco autoalimentato, che è la qualità senza nome. 

Quando un pattern è vivo, risolve le sue proprie forze, si autoalimenta, autogenera, e le sue forze interne si supportano continuamente.

Ora vedremo che questo è solo un caso speciale di un effetto più generale attraverso il quale i pattern di una città o un edificio aiutano a sostenersi l’un l’altro, nel quale ogni pattern che è vivo sprigiona la sua propria vita. 

Prendete, ad esempio, che un certo edificio sia generato da cinquanta pattern. 

Ognuno di questi cinquanta pattern può essere vivo o morto. 

Considerate cosa succede quando parecchi di questi cinquanta pattern sono “morti”. 

Considerate, ad esempio, il pattern di una struttura pilastro-trave senza un capitello nel punto dove la colonna incontra il trave. 

O considerate il pattern di un cortile che è troppo chiuso. 

I cattivi pattern sono incapaci di contenere le forze che vi concorrono. 

Alla fine, l’intero sistema deve collassare. 

Per contro, assumete ora che ognuno dei cinquanta pattern di cui è fatto l’edificio sia vivo e auto-risolvente. 

Ogni pattern aiuta a sostenere altri pattern. 

La configurazione individuale di ciascun pattern richiede che altri pattern siano presenti per mantenerlo in vita. 

In un ingresso che sia unitario, molti pattern devono cooperare. 

Lo stesso avviene in un quartiere. 

Ora iniziamo a vedere cosa succede quando i pattern collaborano nel mondo. 

Più pattern vivi ci sono in un edificio, più bello sembra. 

Lo stesso avviene in una città. 

E finalmente la qualità senza nome appare non quando vive un pattern isolato, ma quando un intero sistema di pattern, interdipendenti a vari livelli, è vivo e stabile. 

Ricordate il tiepido albero di pesco, lungo il muro, affacciato a sud.

A questo punto, l’intera città avrà questa qualità, mentre ribolle e si cuoce nel sole dei suoi propri processi.  

Capitolo 8

LA QUALITÀ STESSA

Quando un edificio ha questo fuoco, allora diviene parte della natura. Come le onde dell’oceano, o le foglie dell’erba, le sue parti sono governate da un gioco senza fine di ripetizioni e varietà, create in presenza del fatto che tutte le cose passano. Questa è la qualità stessa.

Finalmente, in quest’ultimo capitolo della parte I, vedremo cosa succede geometricamente quando un edificio o una città sono fatti interamente di pattern vivi.

Perché quando una città o un edificio sono vivi, possiamo sempre riconoscere la loro vita – non solo nella ovvia felicità che vi si trova, non solo nella sua libertà e rilassatezza – ma anche nella sua pura apparenza fisica.

Ha sempre un certo carattere geometrico.

Questo è il carattere della natura.

Le onde oceaniche hanno tutte questo carattere.

Così ce l’hanno le gocce dentro le onde.

Anche gli atomi hanno questo carattere.

C’è sempre la ripetizione di questi pattern.

Ma ci sono sempre la variazione e l’unicità nel modo in cui i pattern si manifestano.

In breve, c’è sempre un carattere nelle cose della natura che è creato dal fatto che sono riconciliate, esattamente, con le loro forze interne.

Questo carattere compare ovunque, dove una parte del mondo è così ben riconciliata con le sue forze interne da essere vera alla sua propria natura.

Ne segue che anche un edificio che sia unitario deve sempre avere il carattere della natura.

Da una parte i pattern si ripetono proprio come fanno in natura.

Dall’altra, naturalmente, troviamo le parti fisiche in cui i pattern si manifestano unici e leggermente differenti ogni volta che si ripetono.

La ripetizione dei pattern è cosa assai differente dalla ripetizione delle parti.

Certamente, le diverse parti saranno uniche perché i pattern sono gli stessi.

E dalla ripetizione dei pattern, e dalla unicità delle parti, ne segue, come in natura, che gli edifici che sono vivi sono fluidi e rilassati nella loro geometria.

Questo è il carattere della natura. Ma la sua fluidità, la sua grossolanità, la sua irregolarità, non saranno vere a meno che non siano fatte nella conoscenza che è destinato a perire.

Il carattere della natura non può sorgere senza la presenza e la consapevolezza della morte.

Infine, il fatto è che per arrivare a questo, a fare cose che hanno il carattere della natura, ed essere veri verso tutte le forze che vi sono, per rimuovere voi stessi, lasciar andare, senza le interferenze della vostra mente generatrice di immagini – tutto questo richiede che si divenga consci che ogni cosa è transitoria; che tutto è destinato a passare.

La natura stessa è sempre transitoria. Gli alberi, il fiume, gli insetti ronzanti – hanno tutti vita breve; tutti scompariranno. Eppure non ci sentiamo mai tristi per la loro presenza. Non importa quanto siano transitori, ci fanno sentire felici, gioiosi.

Ma quando facciamo il nostro tentativo di creare la natura nel mondo intorno a noi, e ci riusciamo, non possiamo evitare il fatto che siamo destinati a morire. Questa qualità, quando è raggiunta nelle cose umane, è sempre triste; ci rende tristi; e possiamo persino dire che ogni posto dove l’uomo cerca di realizzare questa qualità ed essere come la natura, non può essere vero ameno che non vi si possa sentire la sottile presenza di questa tristezza, perché sappiamo allo stesso tempo che ci piace e che è destinato a scomparire.

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